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Lever Bio & UniTo: una collaborazione per la scienza medica

Nasce a Torino la collaborazione tra Lever Bio, giovane biotech italiana fondata secondo un modello di investimento venture capital, e il gruppo della professoressa Teresa Manzo, docente di Patologia generale all’Università di Torino, con l’obiettivo di portare in clinica una tecnologia innovativa capace di potenziare le terapie cellulari contro tumori ematologici e solidi.

Il programma dell’Università di Torino che Lever Bio intende sviluppare si chiama LVB-006, e nasce dalla scoperta che alcuni lipidi naturali, in particolare l’acido linoleico, possono “allenare” le cellule T a essere più resistenti e performanti nel microambiente tumorale. L’obiettivo comune è rendere le terapie cellulari più rapide, efficaci e accessibili, superando anche i limiti di costo e complessità che oggi ne frenano la diffusione.

L’idea alla base del programma è nata durante un’esperienza di ricerca di Teresa Manzo negli Stati Uniti.
«Durante il mio postdoc a Houston», racconta Manzo, «abbiamo osservato che alcuni lipidi modificavano la risposta antitumorale. Da lì è partita una ricerca sistematica: abbiamo testato vari acidi grassi e scoperto che l’acido linoleico potenzia le cellule T CD8, le principali responsabili dell’attività citotossica contro il tumore, migliorandone la vitalità e la memoria immunologica».

Il composto, infatti, non solo aumenta la fitness metabolica delle cellule, ma le spinge verso un fenotipo di memoria, simile a quello che si ottiene dopo una vaccinazione. «È come se le preparassimo a una maratona», spiega Manzo. «Arrivano nel tumore già “allenate”, più forti e preparate».

Nei modelli preclinici, l’aggiunta di acido linoleico durante la generazione delle CAR-T ha portato a un raddoppio delle cellule prodotte in metà tempo e a una sopravvivenza aumentata fino a 80-100 giorni nei topi con linfoma, rispetto ai 35 giorni del gruppo di controllo. «Abbiamo replicato il risultato anche in cellule umane ingegnerizzate con diversi tipi di CAR – anti-CD19, anti-GD2 e anti-CD30 – osservando una maggiore attività citotossica sia in vitro sia in vivo», aggiunge la ricercatrice.

È stata proprio questa promessa di applicazione concreta a convincere Lever Bio.
«Abbiamo intercettato il progetto di Teresa attraverso la pubblicazione dei suoi risultati», racconta Chiara Donini, Project Manager di Lever Bio e ricercatrice in immuno-oncologia. «Ciò che ci ha colpito è la solidità meccanicistica del lavoro: un progetto con basi scientifiche forti e una visione traslazionale chiara, perfetto per il nostro modello. Lavoriamo insieme passo per passo per costruire il ponte verso la clinica».

Lever Bio detiene una licenza esclusiva sul brevetto sviluppato all’Università di Torino e sostiene le attività di ricerca della professoressa Manzo attraverso uno sponsored research agreement, mantenendo così una collaborazione attiva tra impresa e accademia.
«Non si tratta di “trasferire” il progetto, ma di co-svilupparlo», precisa Donini. «Il nostro ruolo è aiutare Teresa e il suo team a validare i risultati nei campioni di pazienti, dialogando in parallelo con le aziende che oggi gestiscono la produzione di terapie cellulari».

Il programma punta a completare entro fine anno gli studi su sangue di pazienti con linfoma o leucemia, per poi estendersi ai tumori solidi. «Il nostro obiettivo è dimostrare che un approccio semplice può migliorare performance, costi e tempi di produzione delle terapie cellulari», aggiunge Donini.

La prossima sfida è ora di natura tecnica. «Nel laboratorio usiamo l’acido linoleico coniugato ad albumina sierica bovina, che essendo di origine animale non può essere impiegata in clinica», spiega Manzo. «Stiamo quindi lavorando a formulazioni alternative o all’uso del composto non coniugato, che mostra risultati simili. È una sfida di ingegneria biochimica, ma abbiamo già diverse soluzioni promettenti».

Un altro passo sarà verificare la tollerabilità e la sicurezza del composto in protocolli clinici “ponte”, in collaborazione con i centri che producono CAR-T per uso terapeutico. «Se riusciremo a integrare l’acido linoleico nei protocolli senza modifiche sostanziali», osserva Donini, «potremo ridurre i tempi di produzione e aumentare la disponibilità dei trattamenti per i pazienti».

Una scommessa che rispecchia la filosofia di Lever Bio. «Lever nasce come una startup diversa dal modello classico», spiega Donini. «Abbiamo voluto costruire una multi-asset company, non il classico single-asset, ma nemmeno una platform company. L’idea è creare una pipeline di progetti sinergici, capaci di condividere metodologie e approcci clinici diversi, tutti orientati a riprogrammare il microambiente tumorale».

Dietro la fondazione, avvenuta tra il 2024 e il 2025, ci sono due investitori principali: Claris Ventures, fondo torinese, e Exor Ventures, con sede negli Stati Uniti. Oggi Lever Bio conta sei progetti attivi tra Italia e Belgio, tutti mirati a modulare le interazioni tra cellule tumorali, macrofagi, linfociti T e fibroblasti. «Ogni programma agisce su un diverso dialogo cellulare», aggiunge Donini, «per costruire un approccio integrato alla terapia dei tumori solidi, che rappresentano ancora la sfida più complessa per l’immunoterapia».

«Collaborare con Lever Bio», afferma Manzo, «significa accelerare un percorso che, da sola, in ambito accademico, sarebbe stato quasi impossibile. In Italia è molto difficile reperire fondi per sponsorizzare studi clinici, e questa partnership permette di procedere in parallelo sulla ricerca di base e sulla traslazione».

E l’impatto potenziale, sottolinea, potrebbe essere enorme. «Se riuscissimo a superare la soglia della sperimentazione clinica, potremmo rendere le CAR-T più efficaci, più accessibili e più rapide da produrre, ampliandone l’uso anche ai tumori solidi».

«Il nostro obiettivo», conclude Donini, «è costruire valore scientifico e clinico con una visione di lungo termine, scegliendo con cura progetti capaci di fare la differenza nella vita dei pazienti. Il programma di Teresa Manzo è uno di questi: una dimostrazione che la sinergia tra ricerca accademica e venture capital può davvero cambiare la traiettoria dell’innovazione terapeutica in Italia».